martedì, agosto 15, 2006

Experimenta 06 - 8 Ragnatela Tecnologica


Cosa si può fare con il goretex, il sympatex, la lycra, il kevlar o le fibre di carbonio ? Tante cose, fra cui anche i ponti tibetani. A 8 metri d'altezza, la 'Ragnatela tecnologica' chiede sforzi immani a papà campioni della combinata mista divano a due piazze e telecomando; le pancette incespicano sotto lo sguardo sadico e divertito delle mamme al seguito.
Poco più in là, per chi vuole veramente provare l'avventura, 374 metri di ponte tibetano attraversano il fiume Po da una sponda all'altra.

lunedì, luglio 31, 2006

mercoledì, luglio 26, 2006

Monte Piana - Museo 1915 / 1917

Il Monte Piana è un prato sospeso fra valli profonde ed attorniato dai colossi dolomitici delle tre cime di Lavaredo e del massiccio del Cristallo. Più in basso il lago di Misurina noleggia pedalò ai turisti.
Sul pianoro lungo quasi due chilometri e largo poche centinaia di metri, fra il maggio del 1915 ed il novembre del 1917 le truppe italiane e quelle austriache si fronteggiarono in una spaventosa guerra di posizione che lasciò sul campo 14.000 uomini.

Partendo dal rifugio, puoi curiosare nei dieci post qua sotto il racconto fotografico della visita al museo all'aperto del MontePiana, o puoi leggere la recensione breve di ConsumiCulturali.it.

MontePiana 1- un bicchiere di grappa offro io



Il rifugio Maggiore Bosi è costruito sul luogo in cui sorgeva l'ex quartiere italiano di Monte Piana. Aperto per primo dal Capitano Martinelli-Bianchi, che negli anni 30 tornava spesso sui luoghi nei quali aveva combattuto, è stato ricostruito negli anni 60 da Giovanni De Francesch ed è ora gestito da suo figlio Mauro.
Mauro è un uomo alto e magro dal viso sincero; mentre sua figlia gioca da sola facendo rimbalzare la palla nel retro del rifugio e la moglie corre dietro alla cameriera di colore un po' svogliata, lui si siede a scambiare due chiacchiere al bancone e si informa sulla vita di città mentre ti versa grappa alla liquirizia prodotta in luogo.

MontePiana 2- panorama e strategia



A pochi minuti di cammino dal rifugio, lo spettacolo è di quelli che lasciano senza fiato.
Un grande altopiano verde, posto a strapiombo fra le altre vette dolomitiche. Non ci sono alberi, solo gruppi di mughi sparsi; il MontePiana non è nient'atro che un gigantesco cuneo verde piantato nel bel mezzo del punto più sensibile del fronte dolomitico orientale.

MontePiana 3- piombo a pioggia




Lo splendido panorama verde è segnato dalle buche dell'artiglieria, che si fanno incredibilmente numerose in prossimità delle trincee dei rispettivi schieramenti. I tiri dei pezzi pesanti servivano ad indebolire le postazioni nemiche, a preparare un attacco di fanteria, o a rendere incredibilmente snervante e mortale anche la più semplice e quotidiana delle attività.

MontePiana 4- tre in uno



30 mesi di isolamento, al freddo, poco cibo e la costante minaccia della morte che può prenderti anche mentre dormi sul tavolato di una baracca, ti fai la barba o consumi il rancio nella gavetta: non deve essere una vita facile e la tentazione suicida di fare gli eroi è una delle minacce con cui fare i conti quotidianamente.
E' il caso del maggiore Angelo Bosi: un mattino all'alba sale sul punto più alto (e scoperto) della postazione italiana per dominare il terreno e dirigere l'azione. "Dritto, con cannocchiale agli occhi, in vista di ognuno" (recitano le cronache) "emana in tutta la sua figura campeggiante ardire e incitamento". Il nemico lo avvista e, tempo di prendere la mira, fra una gomitata di incitamento ed il fiato trattenuto prima dello sparo, lo abbatte al volo.
In un colpo solo, Bosi guadagna la fine delle fatiche di soldato, un rifugio a suo nome ed un ceppo commemorativo.

MontePiana 5- binocoli e vuoto


Il comando italiano dispose la costruzione di alcuni osservatori per l'artiglieria popolati di soldati che, binocolo alla mano, controllavano l'effetto dei tiri e comunicavano eventuali modifiche di puntamento.
A fianco della porticina di entrata, l'alloggiamento-caverna dove riposavano i soldati.

MontePiana 6- vita a strapiombo



Gli unici posti nei quali si poteva avere una relativa certezza di non essere colpiti dall'artiglieria nemica erano le pareti del monte piana a strapiombo nel vuoto. Ecco quindi che entrambe le truppe costruiscono alloggiamenti, comandi, posti di medicazione e persino cucine in luoghi nei quali è difficile immaginare possa essere ospitata qualsiasi forma di vita. Ci si avventura tenendosi ben saldi alle corde di sicurezza fissate nei punti più difficili.
Voltandosi indietro, le vene dei polsi si gelano al pensiero dei passi che ci si è lasciati alle spalle.

MontePiana 7- gruviera di granito



Nell'agosto del 1916, con impressionanti sforzi bellici gli italiani riescono a superare l'avvallamento che fino a quel momento aveva diviso le postazioni dei due schieramenti; in questo modo stringono gli austriaci in uno spazio ancora più ristretto e si garantiscono l'accesso alla preziosa via di rifornimento del fondovalle.
Con l'impiego di minatori, l'esercito scava numerose caverne per gli alloggiamenti ed una galleria di più di 200 metri, che avrebbe dovuto servire a piazzare tonnellate di esplosivo proprio sotto le trincee austriache.

MontePiana 8- kaiserjagen



L'accesso alle linee del fronte per le truppe austriache ormai costrette nei loro rifugi a strapiombo nel vuoto era diventato sempre più pericoloso: le artiglierie italiane battevano la zona a tappeto, spesso decimando le colonne di soldati prima che essi potessero raggiungere le trincee. Il comando austriaco decide quindi la costruzione della galleria dei Kaiserjagerg, lunga 270 metri e completamente scavata nella roccia, che partendo da un binario sospeso sbuca direttamente in prima linea.